Massoneria triestina (3)

Sia ben chiaro ai nostri alleati che certi errori di valutazione potrebbero ripercuotersi sulla stessa solidità della comune alleanza determinando delle crisi che si risolverebbero a tutto esclusivo vantaggio di coloro che hanno interesse ad incrinare l’edificio della solidarietà occidentale…Ci è parso che essi non abbiano compreso l’importanza decisiva della questione di Trieste.

Alcide de Gasperi in un discorso del 27 luglio 1953

La massoneria triestina: instrumentum regni dell’atlantismo?

Nell’epoca post-napoleonica, la massoneria di Trieste comincia a trasformarsi in maniera sempre più evidente in un organismo politico, assumendo di fatto il ruolo altrove ricoperto dalla Carboneria. Se prima dell’Ottocento in massoneria si coagula effettivamente il nerbo del “libero pensiero”, in una prospettiva più filosofico-speculativa che operativa, durante la Restaurazione si prospetta il problema di come portare a compimento simili ideali. Conclusa l’esperienza rivoluzionaria francese, gli agenti della sovversione si concentrano più spiccatamente sulla Penisola, intuendo la sua funzione potenziale di testa di ponte da utilizzare successivamente per la guerra contro gli Asburgo. Senza dilungarsi troppo sulle peripezie latomistiche prebelliche, è da sottolineare il carattere quasi sempre eteronomo dei finanziamenti e financo dei principali leader irredentisti, quasi sempre anche massoni. A Trieste i capipopolo irredentisti quasi mai erano triestini, incluso il fondatore del principale giornale irredentista, l’israelita Biniamin David Vita, alias Teodoro Mayer, giunto a Trieste dall’Ungheria senza conoscere nemmeno la lingua italiana, che diede vita, divenendone venerabile, della loggia “Alpi Giulie”. Risulta quanto meno curioso che un personaggio come questo sia stato fulminato dal sogno irredentista italiano sulla via di Trieste…

Conclusa la Seconda guerra mondiale, con l’imposizione del Trattato di pace del 1947, la massoneria si attrezza per tentare di recuperare il Territorio Libero di Trieste, rimettendolo sotto la sfera d’influenza italiana. A questo proposito, la prima operazione necessaria era quella di monopolizzare il territorio, che era privo di un Grande Oriente nazionale, cosa che permetteva teoreticamente di poter ospitare qualsiasi G.O., anche delle nazioni non desiderabili, come quella jugoslava. Onde sopperire a questo gravoso rischio, venne costituita una Gran Loggia del Territorio Libero, con lo scopo dichiarato di “salvare dalle nuove contingenze l’ideale della patria italiana”, come scrisse a riguardo Manlio Cecovini. E’ d’altronde tradizione della massoneria locale operare in tal guisa, cercando di uniformare lo spirito al mito dell’italianità ideologizzata: così come Oberdan volle “gettare il proprio corpo tra l’Italia e l’Austria” –  ponendolo così a sigillo di una definitiva ed insuperabile barriera spirituale e storica fra Trieste e l’Impero austro-ungarico – , la massoneria postbellica si adoperò per consolidare, anche se solo sul piano propagandistico, il mito dell’italianità di Trieste, ricorrendo nuovamente alle immagini della “religione laica della patria”, costruite e sbandierate a dismisura durante l’epopea risorgimentale.

Ricostruire la reale influenza della massoneria di Trieste durante il periodo anglo-americano è, in ogni caso, complesso, per la mancanza di fonti facilmente accessibili e, più in generale, per il fatto che la storia della massoneria italiana dalla Repubblica in poi permane, in parte, ancora un terreno insondato. Sicura è la presenza nel TLT del Military Masonic Club anglo-americano, fondato nel 1948, che era riservato alle guarnigioni statunitensi e inglesi, ma che veniva frequentato anche da neozelandesi, australiani e altri fratelli occasionalmente di passaggio. Il Club venne sciolto nell’ottobre del 1953, anche a causa della diminuzione delle attività militari nella zona. I fratelli italiani avevano per riferimento la suaccennata Gran Loggia del Territorio Libero di Trieste, che comprendeva nel 1947 le logge Guglielmo Oberdan, Placido Martini, Alpi Giulie, Arena, Aegida e Mare Adriatico. Ma, al di là di queste informazioni cronologiche, resta misterioso il reale potere della massoneria di influenzare l’alta politica in relazione alla questione triestina.

Da un rapporto del 1951 del GMA si evince che la pseudo-massoneria triestina (tale in quanto non finalizzata al conseguimento dei principi massonici, ma votata unicamente all’idea nazionalista di dover “recuperare” Trieste) si confà alle organizzazioni criminali meridionali di tipo mafioso. Di fatto non si tratta neanche di una massoneria al modo di quella inglese e internazionale, ma ne utilizza solo il nome per compiacersi le logge anglo-americane presenti in città. La loggia principale – chiamata “Loggia Rossa”, che aveva sede pratica al circolo della Cultura e della Arti in piazza Verdi – conta tra i suoi dignitari anche il prof. Cammarata, siciliano di origine e rettore dell’Università di Trieste dal ‘46 al ‘52, conosciuto soprattutto per l’accanita difesa della tesi (avanzata per la prima volta nella relazione dell’a.a. 1948-49, pronunciata il 4 dicembre 1949) per la quale la sovranità italiana su Trieste non sarebbe mai cessata nonostante l’imposizione del Trattato di pace. La medesima tesi, benché fosse stata già all’epoca reputata errata anche dall’ex rettore Manlio Udina, è stata riproposta due anni fa dalla Cassazione nella sentenza in merito a una delle cause in difesa del Territorio Libero di Trieste, poi propagandata in maniera trionfalistica dai giornali locali e italiani.

Oltre a ciò, nel rapporto vengono riportate altre informazioni interessanti. Così si viene a scoprire che un’altra loggia stanziata sul territorio (ma la cui sede principale era a Bari), chiamata “Scozzese” o “Tricolore”, e che conta molti elementi neofascisti tra i quali i direttori del Msi triestino, oltre a godere di finanziamenti diretti da parte dell’Ufficio Zone di Confine della Presidenza del Consiglio, comprende nel suo organico anche ispettori di polizia, “considerati elementi fidati e che hanno il compito di controllare i vari ufficiali della stessa Polizia Civile di origine meridionale”.

Viene inoltre menzionato che uno degli uomini chiave nella non sempre facile mediazione tra i rappresentanti delle logge sotterranee triestine sarebbe stato lo stesso Vescovo Mons. Santin, che riceveva abitualmente in casa i rappresentanti di ambedue le logge. Anche la stampa – si aggiunge – è spesso condizionata dalle logge, come nel caso di una mirata campagna propagandistica, apparsa allora contemporaneamente sul Corriere della Sera, sul Giornale di Trieste e sul Messaggero Veneto.

I servizi inglesi erano dunque perfettamente consci dei sotterranei tentativi italiani per impedire il proseguimento del TLT secondo quanto previsto dai trattati internazionali, eppure, a partire da un dato momento storico – che corrisponde all’acuirsi della tensione con l’URSS – essi stessi parvero favorire la cessazione dell’amministrazione anglo-americana e il passaggio a quella italiana. L’utilizzo del porto franco e del territorio triestino in favore degli interessi atlantisti si faceva prima passando attraverso un’impasse giuridica come quella relativa al “ritorno” di Trieste all’Italia, piuttosto che perpetuando l’amministrazione alleata del TLT, specialmente in relazione all’allora imminente entrata dell’Italia nella NATO: come segnalato letteralmente sulla rivista geopolitica Limes, in un articolo inerente agli accordi (tutt’ora secretati) sulle basi NATO in Italia[2], “ Non fu certo un caso che l’accordo sulle basi (Bia) fu firmato il 20 ottobre 1954, poche settimane dopo la firma del memorandum d’intesa su Trieste”.

In effetti, col senno di poi, possiamo dire che il ragionamento funzionò, perlomeno fino a pochi anni fa: la NATO utilizzò indisturbata il nostro territorio fino ad oggi, e lo utilizza ancora con crescente arroganza, la quale denota però un certo nervosismo dettato evidentemente dalla presa di coscienza acquisita nell’ultimo decennio da molti triestini. Si tratta della consapevolezza d’esser stati illegittimamente merce di scambio delle grandi potenze, utilizzati come mero strumento in barba ai nostri diritti, sanguinosa conquista del secondo conflitto mondiale – ed è ora che questo cessi.

Postilla:  la massoneria e la distruzione dell’Europa

La posizione cattolica contro rivoluzionaria, come anche altre visioni, imputa alla massoneria la responsabilità morale e a volte anche operativa del disfacimento dell’Europa degli ancien régime, con il conseguente scivolamento verso la modernità livellatrice antitradizionale. In effetti, a ragion veduta, è difficile obiettare questo fatto, per il quale la massoneria funse da principale arteria spirituale dell’anti Europa odierna, per finire poi travolta anch’essa dalla sua stessa creatura. I “templari della democrazia” agirono in distruzione dei due poteri, quello temporale e quello spirituale (cioè impero e papato), per sostituirli con l’individualismo onnipresente di un uomo decaduto che, volendo conquistare la superiore vetta della “libertà”, finì nella peggio schiavitù, vogliamo dire nella schiavitù di sé medesimo: come Narciso che, contemplando la sua immagine riflessa nel lago, finì per annegarvisi.

Una “critica” onesta –  e per ciò stesso veritiera – della storia della massoneria speculativa richiederebbe però ben altri spazi, tali da permettere di partire dalle premesse dalle quali partì e si sviluppò dal 1717 il ramo della massoneria che si fece poi paladino degli ideali umanitari ed egualitari propri alla Rivoluzione francese. Come crediamo d’aver descritto nel primo articolo tematico, la massoneria affonda le proprie radici nelle antiche gilde medievali e anche nelle corporazioni di mestiere romane che esistevano in perfetto connubio con la vita dello stato e, diciamo pure, della “civiltà” romana tradizionale. Si è che allora non v’era alcuna antitesi sul piano dello spirito tra le antiche corporazioni di mestiere e la weltanschauung tipica ma, anzi, le prime erano parte legittima della seconda. E’ solo a partire da un dato momento storico e con una degenerescenza della massoneria stessa che cominciarono a trapelare e a farsi man mano sempre più strada le aberrazioni che ebbero poi risvolto pratico nei moti rivoluzionari che si riversarono su suolo europeo nei secoli XVIII e XIX. Lo sviluppo interno alla massoneria, con il passaggio nel 1738 dal teismo (credenza nel Dio Persona) al deismo (credenza nel Grande Architetto dell’Universo o Ente Supremo) sino alla eliminazione di qualsiasi credenza e al passaggio a un ateismo sempre più marcato caratteristico di alcune logge odierne significa una regressione in seno alla stessa organizzazione iniziatica. E’ dunque da una massoneria degradata, che non più ricerca la vera “cattedrale dello spirito”, che ha preso vita il mondo moderno. Perciò, occorre considerare tutte le variabili, senza limitarsi a una prospettiva parziale, sino a giungere ad intravedere l’opera imperscrutabile di quella “corrente di satanismo presente nella storia” (E. Malynski) che sfugge ad una individuazione organica, perché meglio utilizza ciò che è a sua disposizione (massoneria compresa) nell’eterno attrito contro le forze della tradizione, sulla scacchiera della lotta del bene contro il male.

La massoneria triestina all’attacco dell’Impero. (Fonte: Helebarda in sestilo, Luca G. Manenti)

 

[2] A. DESIDERIO, Viaggio nelle basi americane in Italia, Limes, 2008: http://limes.espresso.repubblica.it/wp-content/uploads/2008/06/059-072-lim-3-07-desiderio.pdf

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